Öskjuhlíð
se abbiamo mai pianto, vuotando quel lutto assoluto del saperci per sempre spaccate o sommerse, prima di adesso - sentendo d'un colpo gli anni dietro, le occasioni perse, il male incontrato e scagliato, il coraggio che ci è mancato, sarà stato il pianto che abbiamo singhiozzato giunte, mezzo soffocato in un abbraccio vorace, dopo mesi ciascuna sedendo composta al fianco del lutto assoluto
bryndísa
Di gelide pozze salate, come laghi tra dune di tenebra - cimitero di carapaci svuotati e folti grumi di laminarie accasciate lì attorno - ricorderò il fioco riflesso, l’odore pungente, quando la marea tornerà a disgregarne i contorni, a levigarne le ombre. L’oceano lambirà nuovamente il ciglione roccioso, dove adesso la neve protende le fauci stremate al tramonto. Ricordati però le nostre orme sulla sabbia zuppa, quando fummo tra le alghe ed i gusci disfatti - memorie di guerre più antiche dei nomi con cui le chiamiamo, combattute in abissi remoti di ere perenni e celate agli occhi nostri feroci, condannati al presente. Calpestammo il fondale che il mare ha celato poi dopo.
stalattiti eccentriche
Che fare della vita che mostri appena in un cenno fugace un sorriso stentato, per sferzarlo poi forte come falce [affilata] sopra il sangue secco a mietere ancora la carne? Io nulla, più nulla – sarò legno nel fiume, calcare che gocciola al fondo della terra imbevuta di dolore.
jeden tag einmal
Scolpisco ogni giorno la pietra – raschiando la colpa che porto di Adamo e quelle più spesse, ma mie. Mi aspetto, Rebecca, che gli altri barcollino al buio dei vuoti, che intanto propongo a spiegare ciò che io non posso, alla stregua di me. Sì spero tu possa capire -magari non ora, ma un giorno, financo all’estremo del tempo. Basta che tu capisca. Che serve tempo a capire, a stringersi i fianchi con mani più vere e sentire di essere, senza scomparire. Che il cuore sapeva, e gridava da tempo sepolto da carta e silicio ciò che con inganno la mente ingoiava e sputava in continuo. Se fossi lo stesso che ero, la pietra che scheggio cercando le forme più tue non sarebbe che il masso di allora. Ma intanto, Rebecca, il cuore deluso conferma che gli occhi e la mente non sanno carpire, e al buio incapaci ritentano invano di scolpir le tue forme, di toccarti con mano. E intanto, Rebecca, le gole voraci dei giorni trangugiano sangue, divoran la pietra dall’interno del masso. La tregua che dà sollevare, invitare, accostarsi alle pietre degli altri – calcolarsi in difetto, spiegarsi soltanto nell’ambito specie-specifico - ha il potere sublime di smuovere il cuore dal petto, e gettarlo rabbioso alle gole. Ma può nulla se il resto proietta sul fondo altre ombre di fili sottili. Uno cerca una forma, nel masso. Non la trova fin quando non si mette a cercare tutt’altro. Così ti trovai, e di certo ti ritroverei altre mille e milioni di volte. (Eppure mi aspetto di scorger medesime forme in ogni altro masso?) Ogni giorno, Rebecca, ha percorso la mano la pietra, aspettandosi un segno - una crepa, un’insenatura - che indicasse da dove iniziare. Nel tempo, quel gesto ha saputo ancorare la mano (ed il cuore che cerca) alle forme che esistono oltre. Solo il gesto, devoto come un rituale, ha potuto legare ogni tempo alla oscura matrice, la consapevolezza. Ma ogni tempo legato non basta: il cuore distrutto contempla la fine – si aspettava di più dalla mano, dopo l’arduo cercare. Si aspettava un’unica foce per milioni di corsi, ma trova ancora il dover cominciare da capo a cercare. Se sapessi di ciò, rideresti. Riderebbe anche dio, se sentisse le suppliche dei figli di Adamo. Ridereste, suppongo, per affini motivi. Posso attendere. Ogni giorno la mano accarezza la pietra. Non direi che trovarti dovunque sia un’abilità, è più forse un mestiere. È pazienza, è saper aspettare. È aspettarsi che solo la vita possa esser d’intralcio. Che il cuore marcisca in silenzio comunque, a dispetto del viaggio. Volerti cercare, piuttosto, questo sì che assomiglia ad un’arte. È creare scenari, popolarli di vite non mie ed innescarle, seguendone i guizzi vivaci e vederle poi spegnersi. È un monologo eterno sull’orma lasciata da te, definirne i contorni. Non so più qui, Rebecca, se impazzisco o mi sto avvicinando. Ho sentito una voce nel marmo, ho pensato mi stessi chiamando. Vado avanti? D’accordo, profano anche questa certezza ed assumo di starmi sbagliando – commetto l’errore degli altri, di arretrare dopo un passo soltanto. So bene che dissi. Di non farmi entrare, se fossi tornato a bussare alla porta. So che non lo farai. So che non c’è ritorno se è Adamo che ha scelto la mela. Ma oggi, Rebecca, ho scorto una crepa nel marmo. Ho ripreso da lì a cercarti la bocca, le spalle, i capelli - che magari riesco stavolta a toccarti con mano.
rovine
In orge di corpi cozzano gli occhi, già che mani non toccano pelli e seni disfatti dal caldo. A stomaco pieno la fame del bianco si erode – e torna la mano di linfa a graffiar via la carne. Ch’ero legno lo seppi, e ignorai trasparenti ragioni per molto – attendendo cortecce più spesse. Ma alberi, e stelle, e suoni, e ogni cosa ripete lo stesso. Stagioni di pietre impilate, come eco di tonfi nell’erba, per scorgere il male ancestrale – avvertirlo nel petto alla sera, sotto il legno che il ferro stentato scalfisce.
sirio
Che io abbia offerto al concerto binario una legge, un diagramma, non ha rilevanza. La foga [forza], tempesta sommessa nei corpi, logora a fondo nel cuoio scomposto dei giorni. E pur se si assembra più stanca, a lasciarsi spogliare, non cola la polpa sua amara e ancestrale.
rematori stanchi
La luna sorgerà ancora sulla terra zuppa dei giorni antichi, sugli insignificanti fardelli di ciascuno, portandosi appresso le ragioni e i moti sospirati del defunto giorno. Solo all’ennesimo aprire le persiane se ne coglie un momento il marcio frutto, e subito lo sguardo offeso schiva l’aspro sapore in un singulto.
estenditi
Ma tu continua e voltati, ho sporto lo sguardo più lontano per guardarmi la schiena. E intanto le pedine sulla strada a mangiarsi la regina ho mosso ebbro -scacco. Frena in salita per paura della velocità del resto, che bei ciottoli la strada! Che polvere e che belle macchie intorno! Nemmeno fino sopra la salita. Sogna cambiamenti che non vuoi la notte, fa che sia il momento della fuga. Sediamoci al nostro tavolo da soli ordiniamo il sushi più crudo mastichiamo l’accordo più muto di musica sanguigna. Massaggiamoci la gola per strozzarci a vicenda senza l’ingiustizia del parlare. Costringimi a girare la testa per voltarmi e vederti dietro la schiena senz’altro notare che te -nell’avido cercare non trovo nient’altro che i segni raschiati dal passeggiare.
il minatore
Pareva di pietra lui pure, tozzo, col naso assuefatto all’odore del suolo, a metà tra la tiepida landa scaldata dal sole e il cuore rovente di Gaia. È freddo il ventre di Gaia, e il cuore suo immenso ed ignaro brucia più giù. Ma lui non lo sa, assuefatto al lavoro stremante, non conosce né il sole -è sveglio, ogni giorno, molto prima che sorga- né certo alcun altro calore. Scavare. È fredda la pietra e il piccone. Scavare e colpire nel ventre di Gaia e non provare piacere, colpire la pietra, scavare, cercare e non trovare piacere. È gelida Gaia, il ventre si lascia scavare ma senza emozione. Così che a cercare nel cuor delle cose si perde ogni foga, e intanto si annienta sé stessi e la pietra, muto impassibile ventre del tutto. E lui non lo sa, ha finito coi colpi un’altra giornata nascosto alla luce, protetto ed usato dal ventre -si è lasciato scavare lui pure, ma nulla del suo corpo mortale è solido come la pietra di Gaia.
amico
Una volta ti dissi, ubriaco, sdraiato all’ombra scarna dei cipressi sulle rive del lago: non innamorarti. Forse tu oggi ci pensi, e sorridi, abbracciato alla tua donna ma amico, dicevo sul serio. Passavo giornate a sudare e soffrire, stordito dal caldo a pensare a un modo per dimenticare. Tu, avido di vita, l’hai trovata per caso, e vale tanto quanto le aspre pietre del lago. L’hai trovata negli occhi verdi di una ragazza, che riempie la tua anima e muove il tuo cuore. Così arrotoli sigarette fumando i tuoi giorni. Io sono ancora sdraiato ubriaco, all’ombra spoglia dei rami, striato dai raggi del sole di maggio. Ma è tutto un modo per non affogare. Ora ti direi, passandoti la bottiglia di vino: amico, innamorati. [È l’unico modo per vivere, e tra i tanti il migliore per morire. Innamorati di tutto, almeno una volta.
ciliegia
Così parti di nuovo. E io sento il tuo corpo spostarsi, come un gatto tra le foglie del giardino. Stavolta ci scopriremo lontani al ritorno -tu parlerai e io ascolterò. Quando le cicale riprendono a cantare, è tempo di chiudere le finestre e starsene sdraiati ad affogare nel caldo. Alla sera riempio di tabacco la pipa e lo lascio bruciare. (Oggetti tuoi che possiedo col senso di temporaneità di un primo premio). Aspetto che tra gli sbuffi esca fuori tu, lo capirei dal profumo.
il figlio della ex
Sai vita, io lo capisco perché ti rubi pezzi di cervello. A starci più di una decina d’anni al mondo, verrebbe da strapparsi gli occhi e le orecchie. Invece se ne vanno barlumi di lucidità. -Ripetono le cose, ostinati ché il passato sedimenta nel flusso come calcare dall’acqua. Piuttosto che cadere increduli ai mille e mille scherzi tuoi vita, facciamo finta di stupirci giusto per tenere l’equilibrio. Ché sarebbe da inginocchiarsi, buttare queste facce rovinate tra le mani distrutte e piangersi fino all’ultimo bicchiere il sozzo cuore.
versione integrale
Correre chilometri non riconoscersi più. Soffocare tra i rami di troppi cipressi. Svegliarsi di colpo sepolti sotto strati di terra insanguinata. Guardare uno specchio finto, un’immagine gelata di anni fa. L’aiuto non viene dall’alto non c’è riparo il sole violento oscura le statue e le colonne l’acqua nella fontana gela di colpo cala il silenzio. Ascoltare di nuovo urlare voci da dentro peggiori anatemi. Lascerò che respiriate ma dovete piantarla. Non starò nuovamente seduto all’inferno attendendo una chiamata, col numero in mano in sala d’attesa. Quel poco di luce che ho conquistato è mia. Mi appartiene.
una resa
Basta scusarsi. Troveremo altri petali oltre gli arbusti seccati. Guardavamo lontano, vedevamo noi stessi perché ora tossisco senz’aria? Scusarsi non serve. Ostinati, vedremo altre albe e altre notti. Sentiremo di nuovo il terrore di sapersi lontani, il freddo notturno dei cieli. Io sento soltanto l’odore dei miei fallimenti.
tapparelle abbassate, un jazz lontano, febbricola, un 24 novembre a perth
L’assenza di lei scava paziente nei muri di carta -avesse da sudare poi molto, frugandovi oltre [dentro]. Curvando la testa, si cambia di un poco, malgrado neanche abbastanza, il punto di vista. Al diavolo, che la miglior poesia è quella che non fa rumore.
bugiardino
Considerami come se non fossi più io: ho perso quasi ogni cosa di me, se ci penso non trovo che sabbia. La stessa che vedevo cadere dal foro del tempo che ora è la sola realtà. Non ho un obiettivo se non quello di essere attraversato dagli sguardi altrui come un vetro -bruciare in montagna tra gli antichi sassi. Ho scoperto che oltre le mura non c’è nessuna forza nessuna mano tesa ad afferrare. Ognuno piange il calore degli altri, non io che ho fredde le mani. Lasciami, dunque, di schiena al cielo selvaggio. È ora che veda anche tu –anche io muoversi la vita, vicina al metro più piccolo, dove il culto è cieco a tutto ciò che lento cammina sopra la testa. Questo mosaico avrà una tessera mancante –e sarò io che tra le altre nemmeno avrei posto. Tu cerchi dove io posai e distolsi rapido lo sguardo inquieto. Capisco che tu sai cosa cercare, allora non piangere per me che non so fare altro che scappare, alzare i piedi da dove la terra si apre e si fa più calda. Stringerebbero ora le braccia altrui nient’altro che apatico vetro.
preferenze pacificatrici
Siamo uccelli in trappola e l’inverno ci coglierà senza scampo. Taglierà i cieli, e ne farà bende. Piuttosto che alla salubre indifferenza ci si piega ai getti sonori- non fare un cazzo, per non avere nulla da raccontare.
m. gennaro
Da soli nella foresta la cosa che più spaventa non è il buio costante ma l’improvvisa luce.
la sacerdotessa
Un soffio tenue di vento, è la sua mano che carezza solchi d’empietà. Se il tocco bastasse a guarire non di meno sarebbe che una santa. Eppure c’è chi crede che la pelle chiara e il viso cristallino non siano carne mortale ma di dea. Bastasse lo sguardo appuntito a salassare ogni cuore petroso. In città c’è chi scanna vitelli, ma non verso lei che non è una dea. Lei non è altro che un tramite -è quello che dice, tendendo la candida mano alla luna. Ma l’uomo il cui sguardo fugge agli dèi, ha visto che sotto la tunica bianca ha corpo di dea. E non crede alla sacerdotessa che cauta ripone la lama e le anfore, e canta preghiere di sale alle stelle. Sa che sotto la voce tremante e la tunica bianca si cela una dea.
il cacciatore
Un dì finirà la caccia. Le bestie continueranno a nascondersi ma senza più spari. L’attesa del fucile strapperà ancora gocce di sudore. Ma ci sarà il silenzio. La caccia finisce ogni volta al colpo dell’arma che fende il silenzio. I volti che taglian la quiete spezzandone i fili non sono che ombre tenendo i fucili. Domani, o più tardi, saranno ancora altri umani; per sempre nell’ombra dei loro fucili che fendono l’aria uccidendo l’attesa e il silenzio. Si muore ogni volta, sul colpo. Fa male di più al cacciatore vedere cadere la bestia. La tempia è solcata da altro sudore, l’ennesima goccia. È morta l’attesa. Con lei muore pure ogni cosa.
l'alchimista
Alzò gli occhi dal foglio, lo vide. Il fardello che ogni creatura trascina nel fango, alle caviglie, senza che l’occhio possa posarsi e vedere. Pure capì in quell’istante che vivere non è che svegliarsi. Il male è il legame di tutte le cose, realizzò. Ignorato dai più, come rose imperfette. Come uno che non voglia vedere per paura di avere lo sguardo infettato dal brutto. Volendo cercare, sarebbe da scegliere il Male all’inizio ch’è semplice pur da trovare. È facile e in tutte le cose ve n’è in abbondanza. Ma nulla di più, che mai cambia.
il contadino
Passarono stagioni a volte silenziose, a volte no passarono lasciando segni lievi sulla carne. Ma si sa, i solchi ad ogni colpo della zappa si fan grandi. Passò in verità soltanto un istante, anche se frammentato in anni stagioni e sere. E il tempo, come uno strozzino, chiedeva tutto ciò che non poteva avere. Ciascuno non ha molto altro da pagare che una misera, spoglia vita rubata –pure quella! da un dove senza nome. Ma l’uomo curvo senza tempo di debiti mai ne volle; e pure quello che nessuno sa pagare, trovò il modo di estinguerlo. Pagò una vita e in cambio ruppe il giogo dell’eterno.
tracciato piatto
Mi chiedo a che serve. Servirebbe morire, servirebbe a capire che cos’è la vita. Ho perso lungo il tragitto ogni carta, ma ora mi sento leggero, quasi che i fogli pesassero un chilo ciascuno. Ci credo ancora, Rebecca. Non eran che sudici fogli, le altre parole importanti l’ho tutte qui, in testa. Le guardi e non ridi magari pesavan più a te? Ma il tempo è clemente. Svuota ogni cosa del peso.
l'attesa
Se l’occhio non sa ricordare, la mente vacilla. Le volte che non sa vedere rifugge ogni specchio: che pure se non sa vedere, può sempre esser vista. Le labbra non hanno spessore: eppure in un tempo vicino –a un palmo di mano, schiudevan parole pure, di seta. Lo spirito inquieto vacilla. Gli odori non hanno alcun peso: meno dell’aria e dell’altre parole leggere. Non pesano niente. La mano, che cerca quel niente, rimane sospesa. Non trema e non ha direzione. Vacilla anche il cuore, motore in catene, che prova ingenuo a vedere al posto degli occhi. Quel cuore si tinge di rosso ogni volta, lo sforzo lo fa sanguinare. Le cose non hanno più senso. Se tutte le volte che avessero un peso e una forma venissero incise, il senso verrebbe. Ma nulla è mai fisso. Nessuno le incide, le cose, son tutte in tempesta. Tutto vacilla a momenti e ritorna gelato. Né occhi di specchi, né labbra di seta lasciarono ad altri una traccia: incauti, s’attende.
:: cansancio de la civilización :: reiteración del concepto de lo demás
Ella se tumbó. Dormí entonces un sueño amargo y obscuro y larguísimo. El hubris de los que averiguan - sin méritos, sino apetito sujetó su incuestionable necesidad por el tiempo que servía de consuelo. Se tumbó. Se despertó entonces de una pesadilla agridulce de certezas geométricas, pero ya no en sus piernas. El descrédito del que ve la realidad incorrecta - y de eso se enorgullece lo alejó demasiado de la tierra dorada de antaño. (Me tumbé. Queda, de pesadillas ajenas y ciertas geometrías, amargo el paso que sigue. El descrédito del que averigua sin apetito y no cuestiona el mérito se acerca bastante al consuelo pasado.)
una verità
L’odio è l’amore più putrido e forte che c’è. Tu guardi le foto degli altri e l’invidi, pensando che quelli, in passato, erano i giorni di te, e nessun altro. Ma più che l’invidia, prevale lo sbigottimento. Tu sei soltanto l’alieno straniero che sente, ma non sa ascoltare. Pure sei tu che riveli la luce -l’altare alla porta del sonno. Nasconditi senza capire. La chiave è nell’occhio vermiglio, che guizza sperduto tra i volti. Comprendi: che l’odio è l’amore più marcio ed oscuro.
àncòra
Aspetto ancora. Sebbene tu non creda più alla calma piatta che sempre si fa spazio nelle tempie, io vedo ch’essa permea tutto ciò di cui ho sentore. Still I fade. Again I dare, in this cold dead place to find out the way, to reveal the play. My piece of soul –I forsake you, only to taste the finding, Forever lost and forever found. Il passo è morto -come chi suona sempre la stessa canzone. Resto a guardare il sole - il fuoco ha sapore amaro d’oceano, oltre le colline e le valli, dove ritorna un nome, come un’orma; ed esso chiamo, con voce strozzata, la sola che ho.
coscienze petrose
In questa rovina non vi riconosco più. Le parole, un tempo di conforto sotto le coltri tremanti della febbre, ora sono suoni che rubano il mio tempo che allo specchio mi ricorda di non fermarmi a pensare nemmeno per un attimo. In questo giogo non vi riconosco più. Alla gogna della verità porgete caparbi le vostre teste piene di inutile fogliame senza fermarvi a pensare nemmeno per un attimo. In questa vita vi riconosco, ora che è già tardi per cambiare la realtà. Quando tutte le maschere sono infine cadute e la luce del mezzogiorno rischiara i volti tumefatti e inespressivi, tutto ha un senso: nati non foste a viver come bruti -ma orgogliosamente lo diventaste.
clepsamia
Molta sabbia scenderà nella clepsamia prima che davvero l’altro bulbo sarà colmo. Intanto ogni granello è un pezzo in meno, una piuma persa in volo dall’astore. È il volo che accompagna questi passi non il certo scorrer delle ore; percorrere un sentiero senza fine -la strada che nessuno avrà esplorato, come un’ombra sola nella nebbia e come tale sporadicamente interrotta nel suo vagare da presenze, concrete quanto la sua essenza, accorgersi della finzione delle apparizioni, riprendere il cammino a testa bassa -con una lacrima in più sopra la faccia.
pseudonimi
C’è qualcosa fuori queste mura? o posso solo camminare invano ammalato di vita –e senza cura? D’ora in avanti, camminerò più piano.
colpa
Arrivasti ad Aprile ma il cuor mio era ancora in inverno. Accolta con scherno, tenuta dal braccio con la curiosità di un bimbo che si spinge per campi -ed eri già ovunque quando i rami mordevano la terra. Il nome tuo mi risuona d’una memoria, un letto, un fiume, una fissa dimora che accolga le tormentate membra. Finirà il mio inverno, sfiorirà la tua primavera in uno splendore estivo.
giurati
Spiegatemi, dunque, questa eterna catarsi. Ché sembra sempre esterna e lontana dai passi miei. Sfuggono i palazzi, i rami arsi, non v’è differenza alcuna tra i sassi e la bruma sottile. Ogni colpo sembra l’ultimo ed invece senza un singulto quest’agonia ruba fiato alla mia rabbia. Il fondale resta impossibile da toccare, un orizzonte oscuro in cui affondare senza attraversare spazio alcuno, rimanendo a galleggiare in un non-luogo che continua ad allontanare tutto e niente.
autoritratto
Sconsolato di vedere volti familiari consolatori disgregarsi sopra altari con profili inquisitori. Se avessi un amo con cui pescare in questo mare di cemento e mattoni sarei un pescatore da ammirare, l’unica vedetta sui bastioni. Invece sono una boa dispersa in mare, con l’unico filo sottile che si perde e rimane come una promessa che nella mente vacillante ancora arde. E sono tutti nascondigli stupidi -figli anonimi di bisogni putridi. Il volto sciolto grida ancora “Amami!” ma le mani –queste mani- tremano, annaspando tra i domani. Resta qualcosa, suoni impersonali, giuramenti ricorrenti, grida surreali, Le catene sottili sono inossidabili: la prigionia d’un macigno con le ali.
erica
Adesso che tutti i rimbombi di tuono han cessato, che tutte le grida e le smorfie non sono che pece tra gli assi, ti scruto senza altre finzioni. Senza stupide maschere, intendo, senza farmi fregare. E ti giuro che nulla è cambiato. Ti osservo tra gli assi che tu non hai ancora saldato. Penso al tuffo – il mini attacco di cuore – che toglie il respiro, nell’atto casuale di svelare il già noto. Di provar la teoria come giusta (la teoria, quella brutta). Un tuffo nel mare a gennaio (o circa in qualunque momento, in Islanda), avvolto soltanto nella mia nudità, mentre rapido fugge il calore in un mare di gelo. Accettare quel senso di vuoto (la vertigine improvvisa, come quando mi hanno fottuto il portafoglio dalla tasca) è il più nobile realismo. Giammai fingerò nuovamente che il vuoto sia propedeutico per altri più alti segnali. È fine a sé stesso, come Cage, la sua musica. Hai scelto che fosse eterna l’estate? D’accordo, eccomi dentro al mio inverno infinito. Non è il modo giusto di affrontare le cose, mi hai detto. Lo sai tu, mentre spalmi la pece tra gli assi. Da dentro la bara, a braccia conserte, impaziente io attendo che mi butti giù a mare. Di scalpitare, perdona, non ne ho proprio voglia. Se dovessi, sceglierei la tua mano per sempre, la mano che spalma la pece, ma mai la mia a cercare rapida il polso, a toccare con un paio di dita la pelle degli altri o la mia. Dicevo, sì, accettare quel vuoto. Di pece la spatola ancora hai spalmato su un altro spiraglio - raixera da dentro la cassa, pare camera tua - accettarlo e masticarne il sapore, per non farsi masticare. All’ombra del tuo eterno mezzogiorno puoi solo vagamente apprezzarne la portata abissale, la leggerezza totale. Userei mille volte l’ossigeno (poco) rimasto per provare a spiegartelo ancora, se volessi ascoltare. Poco male, mi dico, pensando a quel tuffo nell’acqua glaciale. Per caso, mi dico, qualcuno suggeriva le mosse? Ti spiegava il da farsi? No di certo. Ero io e nessun altro, con un mare davanti e infinite montagne alle spalle. Chiaro che passasse in secondo piano ogni altro dettaglio. Non provo a giustificarmi, provo solo a stirare un istante oltre tutti i suoi istanti ed offrirtene un succo. Sono inerme, puoi letteralmente finire di chiudermi dentro una bara e poi sbattermi a mare, senza ch’io batta ciglio. Vorrei essere certo di essere io che scappavo, che partivo lontano da te, o aver solo acchiappato (come fosse poi meno!) un consiglio, diciamo, la soffiata di levare le tende. Un evaso, o un perseguitato. O un tiranno, o un malato. Realistico aspettarsi una parte di tutti, oltre che i tuoi sbuffi mentre scarichi una cassa pesante di cui non ricordi, o hai rimosso, il contenuto, oltre il parapetto dello scafo. Ammiro la maniera con cui hai saputo salpare cautamente, nel mare, e mano a mano imparare a navigare. Quelli come me (se di specie si tratta, e non di abomini) imparano a nuotare buttandosi a mare, o affogandoci. O ancora galleggiano a lungo come stronzi sulla superficie dentro bare di legno, prima di affondare. Ma è bello, in realtà sembra quasi una culla. Vorrei solo sparire sapendo di non perdermi nulla.
bellano
Ho conosciuto di nuovo l'odore che ha la tua pelle. Ricordo essermici soffermato già a lungo, eppure la memoria di ciò che succede una volta - e poi altre, lontane - è sempre più tenue per me. (Risolvo enigmi infantili, di quando del mondo distinguevo soltanto i contorni) Mi sa che non basta più progettarmi nell'oggi.. Sarà il crescere, sarà pure invecchiare; ma serve adesso, a questa molliccia contorta mente, di figurarsi negli strepiti del domani, darsi forma almeno per un giorno tangibile. Già prima questo fatto afferrato così, di riflesso, cocente e appuntito, m'avrebbe scagliato lontano nel buio dell'abisso, m'avrebbe additato e sospinto lontano dagli altri. E invece: oggi sorridevo, stanotte intendo, stamattina, pensando alla gioia di averti - non tutta, non tutta insieme, ma poco alla volta, per caso, tra le anse che l'acqua formerà per sempre nel corso gelato che dall'Orrido arriva al Lago. M'importa una sega che i flutti improvvisi mi spaventeranno, scoprendomi stronzo con sgradevoli scherzi: non sempre camminerò mano nella mano con alcunché. Oggi, stanotte intendo, anzi stamane, t'avrei dato un ultimo bacio, uno soltanto, ma proprio l'ultimo, e t'avrei detto: io lo so che ogni cosa, presa fuori dal solo edonismo, non significa nulla [Frank N. Further di quel film che hai insistito vedessimo mi risuona nel retro del cranio: ho adorato quel film che ho guardato attraverso di te, con una mano sulla tua coscia e l'altra sospesa sul nulla], ma proprio nulla. Se io fossi un furetto, o un delfino, o che cazzo ne so, questo assunto sarebbe abbastanza per scrollare le spalle e viverci dentro. Ma non sono un furetto, o un delfino, o che cazzo ne so: preferisco, per cui, liberarmi dell'assunto suddetto e pensare che pure se niente ha alcun senso vada bene così. Preferisco aspettarmi di ritrovarti tra le anse - le cosce del corso gelato che passando per l'Orrido arriva al Lago (che poi: come si chiama non l'ho mica imparato). Preferisco aspettarti: tra un anno, o quanto sarà, nell'oscurità ci guarderemo di nuovo negli occhi, ci penserò ancora un po' (meno che oggi, voglio dire stanotte, ovvero stamane) poi goffamente, di scatto, mi metterò a sedere più vicino al tuo letto (respireremo lo stesso volume d'aria, santo dio spero davvero che non mi puzzi l'alito) e vorrò ancora riempirti di baci, strappare all'oceano dei Mai qualche pezzo di Forse; ma invece di offendermi e credere che einmal ist keinmal, riderò sollevato accorgendomi che einmal ist keinmal.